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Cassazione: dichiarazione di adottabilità

Cassazione sez I civile del 3.11.2009 n. 24589

"Il minore ha il diritto di crescere e di essere educato nell’ambito della sua famiglia d’origine, come espressamente prevede in armonia con il dettato costituzionale (art. 30) l’art. 1 della Legge n. 184 del 1983, sia nella formulazione originaria che in quella introdotta con l’art. 1 della Legge 149/01, il quale ne ha anche rafforzato il contenuto, disponendo non solo che le condizioni di indigenza dei genitori non possono essere di ostacolo all’esercizio di un tale diritto (comma 2), ma anche che siano adottate misure di sostegno a carico dello Stato, delle Regioni e degli enti locali per agevolare l’attuazione di una tale finalità per i nuclei familiari bisognosi"

"L’articolata motivazione della sentenza impugnata, basata sulla riscontrata inutilità dei numerosi interventi sociali operati nei confronti della giovane coppia la quale, nonostante le precarie condizioni sotto vari profili (economico, logistico, consapevolezza della situazione), ha dato luogo a continue gravidanze (ben quattro figlie in quattro anni), giustificate, oltre tutto, dal desiderio di avere un figlio maschio" va ad aggiungersi al "giudizio di inidoneità dei genitori cui la Corte d’Appello è pervenuta sulla base delle informazioni fornite dagli assistenti sociali, ritenute altamente significative e riguardanti lo stato di totale abbandono nel quale le minori erano lasciate (assoluta mancanza di pulizia, insufficiente controllo, inadeguato comportamento in presenza di uno stato febbrile recentissimo di una figlia, palese disagio)."

Svolgimento del processo

    Con sentenza depositata in data 16.6.2008 il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna dichiarava lo stato di adottabilità delle minori N., D., C. e G. A., figlie naturali di R. A. e C. C., nate rispettivamente l’omissis, il omissis, l’omissis ed il omissis, osservando che, nonostante i continui ed importanti interventi di sostegno, non erano mai emersi nei genitori, cui erano stati riconosciuti limiti della personalità, né la consapevolezza della gravità della situazione né impegno e collaborazione con gli operatori sociali ma, al contrario, essi si erano distinti per le continue ed irresponsabili gravidanze - che la C. aveva giustificato con il desiderio di avere un figlio maschio - aggravate dalla mancanza di casa e lavoro, da instabilità nonché da liti ricorrenti fra loro e con la di lei madre e con i genitori di lui.

    Quanto ai parenti, osservava che la nonna materna, dal momento del loro allontanamento, non si era più interessata delle nipoti, mentre i nonni paterni, che in passato avevano cercato di aiutare il figlio e la sua compagna, non sembravano in grado di sostituirsi ai genitori anche per la problematicità dei rapporti esistenti con il figlio e la sua convivente.

    R. A. e C. C. proponevano impugnazione ed all’esito del giudizio, nel quale si costituiva per le minori il tutore Comune di omissis che ne chiedeva il rigetto al pari del P.G., la Corte d’Appello di Bologna con sentenza del 16-24.10.2008 rigettava il gravame.

    Dopo aver sottolineato l’inutilità dei numerosi interventi sociali compiuti nei confronti della giovane coppia per assicurare la crescita delle bambine nell’ambito del nucleo familiare d’origine che non mostrava però alcun senso di responsabilità, continuando a procreare in breve tempo dei figli nonostante la assoluta inadeguatezza e le precarie condizioni logistiche ed economiche, richiamava la Corte d’Appello alcuni episodi significativi, quali: il rifiuto della C. di inserirsi con due delle figlie in una struttura, preferendo abitare con il convivente in un alloggio abusivamente occupato; la pretesa della C. di uscire con le bambine nonostante la più grande di esse (N.) avesse avuto il giorno prima la febbre a 39°; la libertà lasciata alle bambine di giocare con i cavi delle microonde e con il cassetto dei coltelli; l’uso di un solo piatto per far mangiare contemporaneamente le bambine che lei stessa imboccava anziché favorire che mangiassero da sole; l’assoluta mancanza di pulizia delle bambine, che, all’atto dell’allontanamento, erano state trovate in pessime condizioni igieniche, maleodoranti e con evidenti segni di disagio.

    Osservava infine che dall’aggiornamento pervenuto il 29.9.2008 era risultato che la C. era di nuovo incinta (data del presunto parto l’omissis); i due erano rientrati presso la nonna materna con la quale la C. ha un difficile rapporto ed il padre da ultimo era stato assunto presso una ditta di facchinaggio.

    Avverso tale sentenza propongono ricorso per cassazione C. C. e R. A. che deducono due motivi di censura.

    Il Comune di omissis, quale tutore delle minori, non ha svolto alcuna attività difensiva. 

    Motivi della decisione

    Con il primo motivo di ricorso R. A. e C. C. denunciano violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 8 della Legge 184 del 1983; dell’art. 7 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20.11.1989 (ratificata con Legge 176/91); dell’art. 3 della Convenzione di Strasburgo del 25.1.1996 (ratificata con Legge n. 77 del 2003); dell’art. II-24 del Trattato istitutivo di una Costituzione per l’Europa del 29.10.2004 (ratificato con Legge n. 57 del 2005). Dopo aver osservato che l’adozione è considerata una “extrema ratio” cui è possibile ricorrere quando il minore si trovi in stato di abbandono, che si verifica allorché sia privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori e dei parenti entro il quarto grado in misura tale da determinarne in concreto un grave pericolo di compromissione per la salute e le possibilità di un armonico sviluppo fisico e psichico, lamentano i ricorrenti che la Corte d’Appello non solo abbia valorizzato comportamenti tutt’altro che decisivi ai fini in esame, riferiti dagli assistenti sociali la cui preparazione non è certamente equiparabile a quella di professionisti specialisti nella materia, ma abbia anche omesso del tutto di esaminare, sia pure mediante una C.T.U. che era stata espressamente richiesta, gli effetti che tali comportamenti avrebbero potuto eventualmente, causare sulle minori, le quali anzi, dalle scarse perizie mediche disposte dal Tribunale, risultavano in buono stato di salute e di sviluppo psicofisico.

    La censura è infondata.

    Certamente corretto è il principio di diritto da cui muove il ricorso. Non v’è dubbio infatti che il minore ha il diritto di crescere e di essere educato nell’ambito della sua famiglia d’origine, come espressamente prevede in armonia con il dettato costituzionale (art. 30) l’art. 1 della Legge n. 184 del 1983, sia nella formulazione originaria che in quella introdotta con l’art. 1 della Legge 149/01, il quale ne ha anche rafforzato il contenuto, disponendo non solo che le condizioni di indigenza dei genitori non possono essere di ostacolo all’esercizio di un tale diritto (comma 2), ma anche che siano adottate misure di sostegno a carico dello Stato, delle Regioni e degli enti locali per agevolare l’attuazione di una tale finalità per i nuclei familiari bisognosi.

    Del tutto condivisibile è pertanto la affermazione di principio espressa dai ricorrenti, vale a dire che l’istituto dell’adozione è da considerarsi una “extrema ratio” cui ricorrere solo allorché il minore risulti privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi e di conseguenza esposto a gravi pericoli per la sua salute fisica e psichica.

    Ma dopo una tale corretta premessa, i ricorrenti, attraverso l’esposizione di argomentazioni critiche non riconducibili nemmeno nell’ambito del vizio di motivazione, come delineato dall’art. 360 n. 5 c.p.c., nel sostenere le loro ragioni, offrono sostanzialmente, al di là delle dedotte violazioni di legge, una diversa valutazione dei fatti, sottovalutando le circostanze ritenute decisive dalla Corte di merito e valorizzandone altre che non sarebbero state adeguatamente esaminate.

    Trascurano infatti i ricorrenti l’aspetto principale dell’articolata motivazione della sentenza impugnata, basata sulla riscontrata inutilità dei numerosi interventi sociali operati nei confronti della giovane coppia la quale, nonostante le precarie condizioni sotto vari profili (economico, logistico, consapevolezza della situazione), ha dato luogo a continue gravidanze (ben quattro figlie in quattro anni), giustificate, oltre tutto, dal desiderio di avere un figlio maschio.

    Non considerano adeguatamente il giudizio di inidoneità dei genitori cui la Corte d’Appello è pervenuta sulla base delle informazioni fornite dagli assistenti sociali, ritenute altamente significative e riguardanti lo stato di totale abbandono nel quale le minori erano lasciate (assoluta mancanza di pulizia, insufficiente controllo, inadeguato comportamento in presenza di uno stato febbrile recentissimo di una figlia, palese disagio).

    L’unica sostanziale obiezione contenuta in ricorso riguarda la mancata ammissione di una C.T.U. volta ad accertare se tali comportamenti abbiano effettivamente comportato dei pregiudizi alle minori.

    Al riguardo si osserva che la C.T.U. è un mezzo istruttorio sottratto alla disponibilità delle parti, rientrando la sua ammissione nei poteri discrezionali del giudice di merito, la cui valutazione non è sindacabile in sede di legittimità. Del resto la Corte d’Appello, esercitando una tale discrezionalità e dandone congrua motivazione attraverso il richiamo delle numerose relazioni trasmesse dal Servizio Sociale in occasione dei vari accertamenti succedutisi nel tempo, ha rilevato che i comportamenti, anche in termini di omissioni, tenuti dai genitori avevano comportato seri pregiudizi alla crescita psicofisica delle minori.

    Né la Corte d’Appello ha mancato di sottolineare, quale ulteriore dimostrazione della irresponsabile pervicacia del loro comportamento, la circostanza che erano in attesa di un ulteriore figlio che sarebbe presumibilmente nato nel omissis (la sentenza impugnata è del novembre 2008).

    Per quanto riguarda il secondo motivo la censura è inammissibile per la mancata osservanza dell’obbligo di formulazione del quesito previsto dall’art 366 bis c.p.c., ed applicabile “ratione temporis” al caso in esame, come del resto lo stesso ricorso ha dato atto, formulandolo in relazione al primo motivo.

    Né un tale obbligo può ritenersi escluso in presenza di una censura articolata sotto il profilo del difetto di motivazione. La giurisprudenza di questa Corte infatti, in aderenza del resto all’espressa previsione della seconda parte dell’art. 366 bis c.p.c., ha più volte affermato la sua applicabilità anche alla censura di difetto di motivazione, rilevando la necessità in tal caso di una sintesi in grado di circoscriverne i limiti al fine di evitare, in sede di formulazione del ricorso, incertezze di valutazione sulla sua ammissibilità (vedi per tutte Sez. Un., 2652/08).

    Rimane in tal modo assorbita ogni considerazione sul contenuto del motivo in esame.

    Il ricorso va pertanto nel complesso rigettato.

    Nulla va disposto in ordine alle spese, non avendo svolto alcuna attività difensiva la controparte/ costituita dal Comune di omissis, nella qualità di tutore. 

    P.Q.M.

    La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso.

    Depositata in Cancelleria

    il 21.11.2009

 

 

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