Home generale arrow Polizia Giudiziaria arrow Giurisprudenza arrow Cassazione Penale Rifiuto di contestare un'infrazione al Codice della Strada
Venerdì 18 Aprile 2014
Menu principale
Home generale
Home
Contattaci
Polizia Edilizia
Polizia Stradale
Polizia Municipale
Polizia Amministrativa
Polizia Giudiziaria
Ambiente
Varie
Modulistica
Esaminiamo
Scuole
PO.LO 2009
Amministratore
Login Form





Hai perso la password?
Articoli correlati
Cassazione Penale Rifiuto di contestare un'infrazione al Codice della Strada
L'art 328 C.P. usa il termine senza ritardo e sottopone a sanzione tutte le omissioni relative a situazioni che richiedono un tempestivo intervento per i piu' vari motivi, come quello della possibile sottrazione alla cognizione diretta ed immediata del pubblico ufficiale, che impedisce di contestare le contravvenzioni. In realta', l'art.328 C.P. punisce il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio per il rifiuto non di un atto urgente, bensi' un atto che dev'essere compiuto senza ritardo, e, quindi, non del compimento di un atto richiesto da una situazione di emergenza, bensi' del tempestivo compimento di un atto dovuto, in cui la tempestivita' e' in diretta connessione con il conseguimento degli effetti che gli sono propri.
Pertanto si rende colpevole di rifiuto di atti di ufficio il vigile urbano che omette deliberatamente di dichiarare in contravvenzione i conducenti di veicoli in sosta vietata, anche se la contravvenzione viene successivamente contestata agli stessi dagli agenti della polizia stradale.
Corte di Cassazione Sezione 6 Penale
Sentenza del 1 ottobre 2007, n. 35837
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE ROBERTO Giovanni - Presidente

Dott. MANNINO Saverio - Consigliere

Dott. SERPICO Francesco - Consigliere

Dott. CORTESE Arturo - Consigliere

Dott. ROSSI Agnello - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

CI. Ce., nato l'(OMESSO);

avverso la sentenza della Corte d'appello dell'Aquila 18 maggio 2005, n. 711.

Sentita la relazione svolta dal Cons. Dott. S. F. MANNINO;

Sentita la requisitoria del PROCURATORE GENERALE, in persona del Dr. Vittorio MARTUSCIELLO, il quale ha chiesto l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Osserva:

IN FATTO E DIRITTO
Con sentenza del 21 settembre 2001 n. 555 il Tribunale dell'Aquila dichiarava Ci.Ce. colpevole del reato previsto dall'articolo 328 c.p., commesso nell'Aquila il 24 agosto 2000 perche' nell'esercizio delle sue funzioni di vigile urbano rifiutava di elevare contravvenzione a un motociclista e ai conducenti di motorini senza casco, introdottisi abusivamente in zona pedonale, e lo condannava, previa concessione delle attenuanti generiche, alla pena di quattro mesi di reclusione con interdizione dai pubblici uffici per un anno.

Avverso la predetta sentenza l'imputato proponeva appello, chiedendo di essere assolto. Con sentenza 18 maggio 2005 n. 711 la Corte d'appello dell'Aquila confermava la sentenza di primo grado.

Avverso tale sentenza il Ci. ha proposto ricorso per cassazione, chiedendone l'annullamento per i seguenti motivi:

1. mancanza o manifesta illogicita' della motivazione in relazione all'articolo 192 c.p.p., commi 1 e 2 perche' la prima parte dell'episodio e' stata ricostruita senza tener conto della deposizione del teste oculare Va.Pi., sulla sola base di quanto riferito dal teste Ia.Do., il quale peraltro aveva motivi di acredine nei suoi confronti, ai poliziotti P. e Ta. e all'altro vigile urbano presente, Pe.Ma.;

2. inosservanza o erronea applicazione dell'articolo 328 c.p. e mancanza o manifesta illogicita' della motivazione sull'esistenza del comportamento delittuoso contestato perche' l'omissione di atti d'ufficio si sarebbe potuta ravvisare, in teoria, solo rispetto alla prima parte dell'episodio, relativa al transito di un motorino nell'isola pedonale, qualora il Ci. non fosse intervenuto su richiesta dello Ia., cosa che non e' avvenuta in quanto l'imputato aveva prontamente lasciato di bere l'aranciata per uscire fuori dal locale e cercare di sanzionare il trasgressore segnalato; non rispetto alla seconda parte dell'episodio, attinente al rifiuto di elevare contravvenzione ai motorini in corsa, giacche' i mezzi, dopo lunga disquisizione fra il Ci. e i poliziotti P. e Ta., erano stati multati da questi ultimi e nessuno era sfuggito alla giusta sanzione.

L'impugnazione e' infondata.

1. Decidendo sull'appello proposto dall'imputato la Corte d'appello ha confermato il giudizio di primo grado in ordine all'ammissione da parte del Ci. di non aver elevato la contravvenzione ai motorini in sosta vietata perche' non sostavano in zona rientrante nella sua competenza (circostanza, quella della divisione del territorio comunale in zone, peraltro smentita in fatto da altro vigile urbano).

A fronte di questa prova da lui proveniente, l'affermazione che alla ricostruzione dei fatti si e' proceduto, come assume il ricorrente, senza escutere il teste a lui favorevole appare del tutto incongrua, considerando, peraltro, che la testimonianza e' stata verosimilmente sottovalutata proprio perche' di non particolare, se non di secondaria rilevanza.

In realta', il ricorrente incentra sulla testimonianza del Va. la sua ricostruzione dei fatti, alternativa a quella dei Giudici di merito, imperniata, come si e' visto, sulla versione da lui stesso fornita agli inquirenti.

Pertanto il primo motivo di ricorso risulta per un verso privo di fondamento e, per altro verso, inammissibile.

2. Del pari infondato appare il secondo motivo di ricorso.

La Corte di merito ha ribadito il principio di diritto cui si era uniformato il giudice di primo grado, secondo il quale la qualifica di agente di polizia giudiziaria del Ci. quale vigile urbano del Comune dell'Aquila non lo esimeva, essendo lo stesso in servizio, dal contestare le infrazioni contravvenzionali constatate, a prescindere dalla zona di competenza assegnatagli nell'ambito del territorio comunale.

Il Giudice d'appello, rilevando che non poteva condividersi la tesi dell'appellante in ordine alla sussistenza del reato solo ove ricorressero motivi di urgenza, ha affermato il principio che la norma incriminatrice usa il termine senza ritardo, espressione che ha un significato diverso e sottopone a sanzione tutte le omissioni relative a situazioni che richiedono un tempestivo intervento per i piu' vari motivi, come quello della possibile sottrazione alla cognizione diretta ed immediata del pubblico ufficiale, che impedisce di contestare le contravvenzioni. In realta', l'articolo 328 c.p. punisce il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio per il rifiuto non di un atto urgente, bensi' un atto che dev'essere compiuto senza ritardo, e, quindi, non del compimento di un atto richiesto da una situazione di emergenza, bensi' del tempestivo compimento di un atto dovuto, in cui la tempestivita' e' in diretta connessione con il conseguimento degli effetti che gli sono propri.

Pertanto si rende colpevole di rifiuto di atti di ufficio il vigile urbano che omette deliberatamente di dichiarare in contravvenzione i conducenti di veicoli in sosta vietata, anche se la contravvenzione viene successivamente contestata agli stessi dagli agenti della polizia stradale.

Nella specie la conseguenza percio' in effetti non cambia, essendo certo che il Ci. non elevo' la contravvenzione ai conducenti dei motorini senza casco, introdottisi in zona pedonale, che in conseguenza del suo rifiuto dovette essere contestata dagli Agenti della P.S.. D'altra parte, il reato di rifiuto di atti di ufficio previsto dall'articolo 328 c.p., comma 1 e un reato istantaneo, il cui momento consumativo si realizza con il rifiuto o con l'omissione (Cass., Sez. 6, 27 gennaio 2004 n. 12238, ric.p.G. in proc. Bruno ed altri) e il fatto che, in conseguenza del rifiuto, l'atto sia successivamente compiuto da altro pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio non ha valore scriminante.

Pertanto il ricorso dev'essere rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese giudiziali.

P.Q.M.

LA CORTE

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 
 

 

Speciale
Approfondiamo
Chi è online
Abbiamo 1 visitatore online

Sondaggi
Quali argomenti desideri che vengano maggiormente affrontati in queste pagine?
 
Pubblicità